L'ANGOLO DELLA POESIA

Vorrei presentare (nel senso di trascrivere) in quest’angolo alcune delle poesie che una volta si imparavano a memoria a scuola. Era un cruccio per gli studenti, ma a quei tempi, per quanto possibile, si era "usi ubbidir tacendo…", come dice il motto dei nostri carabinieri. Non voglio discutere se era un bene o un male passare dei pomeriggi interi a ripetere continuamente una o due pagine di versi (e poi alzarsi un po’ prima alla mattina per "ripassare"). Posso dire solo che nell’età adulta è stato per me un grande piacere scoprire nella mia memoria dei bellissimi brani di poesia e poterli ripetere dentro di me, meditando su di essi, in qualsiasi momento della giornata. Un po’ come capita con le musiche della nostra giovinezza, ma – almeno per me – con maggior soddisfazione perché la poesia è musicalità delle parole, intima e profonda, che non ha bisogno di strumenti. (r.b.)

La vergine cuccia

di Giuseppe Parini

Giuseppe Parini

in un ritratto

di Martino Knoller

Quando il prof. Cappon, credo in terza media, ci lesse questa poesia cogliemmo sul suo volto quel sorrisino che spesso ci spaventava quando c'interrogava. Era un insegnante serio e preparato, calmo, non alzava mai la voce. Poche parole, quelle sufficienti per spiegare un concetto, chiedere una spiegazione, esprimere un giudizio... Non credo di averlo mai visto ridere. Solo qualche volta sorridere. Ma a volte, quando interrogava qualcuno che rispondeva - diciamo così - arrampicandosi un po' su per gli specchi, faceva un sorrisino che il malcapitato sperava fosse di ammirazione, ma cui seguiva, invece, un calmissimo "Vai a posto". Il prof. Cappon, evidentemente, non amava i discorsi vuoti, non gli interessava che uno fosse bravo a parlare se non rispondeva a tono o se non diceva niente. Apriva lentamente la sua stilografica e scriveva, in una grafia che s'indovinava minuta, il voto sul registro. Il voto allora era segreto, ma noi avevamo già capito che era una "careghéta", come chiamavamo allora, ridendo quasi ad esorcizzarlo, il quattro.

Il sorrisino del professore, però, quando leggeva la poesia che qui presentiamo, era sicuramente mosso dal brillante tono satirico di questo brano, tratto dal “Mezzogiorno" di Giuseppe Parini.

Nel sentire il nome di questo poeta qualcuno (ed un po’ anch’io, lo confesso) avrà un senso di fastidio come quando si prende in mano, toccandolo solo con due dita, un vecchio libro impolverato. Ma proprio come un vecchio buon libro anche Parini sa dare molte soddisfazioni a chi lo rilegge.

Giuseppe Parini nacque a Bosisio (oggi Bosisio Parini), in provincia di Lecco, nel 1729. Poté studiare presso i Barnabiti di Milano grazie ad una piccola rendita che una zia gli lasciò a patto che diventasse sacerdote. A 25 anni fu, quindi, ordinato prete. A Milano ebbe modo di frequentare l’accademia dei Trasformati che riuniva gentiluomini e letterati aperti alle idee di progresso. Fece il precettore in case di nobili. Nel 1763 la pubblicazione del “Mattino” lo rese celebre. Ebbe importanti incarichi dal governo austriaco in Lombardia, ed anche i Francesi, quando nel 1796 arrivarono a Milano, lo nominarono membro della municipalità. Ma, avendo espresso la sua delusione di fronte al malgoverno dei nuovi arrivati, fu presto congedato. Tornati gli Austriaci, accettò di celebrarne la vittoria e la mattina del 15 agosto 1799 scrisse il sonetto Predaro i Filistei. Nel pomeriggio di quello stesso giorno morì.

Ho accennato un po’ alla vita del poeta per dare un’idea del tempo in cui visse. Siamo nel secolo dei lumi; e all'illuminismo Parini aderì, pur senza gli eccessi rivoluzionari. Da ciò deriva la sua idea della poesia come forza educativa all’utile in armonia con una grande considerazione della dignità umana, mentre la sua educazione letteraria, come emerge dalle opere, è basata sui classici e sui cinquecentisti. La sue opere più importanti e giustamente più famose sono il "Giorno" e le "Odi". Nel poemetto satirico in endecasillabi “Il Giorno”, suddiviso in “Mattino”, “Mezzogiorno”, “Vespro” e “Notte”, Parini prende di mira la  vacuità e il torpore morale della nobiltà e, nel contempo, mostra simpatia per gli umili ed esprime il suo sdegno per le ingiustizie sociali. Come è noto, nel poemetto Parini, in qualità di precettore, istruisce un giovane nobile, il giovin signore, sul modo migliore di trascorrere le varie parti della giornata. E' un pretesto per satireggiare sulla frivolezza e sulla futilità del modo di vivere dei nobili.

Jean Honore Fragonard (1732-1806)

La lettera d'amore

Nella “Vergine cuccia” c’è innanzitutto un messaggio in difesa della dignità umana, perché una persona non può essere considerata meno di un animale. C’è il sarcasmo verso una casta, l’aristocrazia del tempo, vuota ed imbelle e c’è la denuncia dell’ingiustizia sociale diffusa e radicata. Il tono satirico che pervade i raffinati endecasillabi rende piacevole la lettura del brano, ma alla fine provoca nel lettore una profonda indignazione. L'isti superba finale, che potrebbe rendere antipatica la vivace cagnetta, la quale - ovviamente - non ha alcuna colpa dell'accaduto, né pretese di risarcimenti, è in realtà il massimo del sarcasmo del poeta verso l'insipienza e la crudeltà della Dama.

Riporto, in questa occasione, solo per una miglior comprensione di qualche vocabolo un po' desueto e del contesto letterario in cui si inserisce il brano, la piccola premessa e alcune note dell’antologia “Le Pleiadi”, da cui ho tratto la poesia.

“Nei versi che precedono l’episodio qui riprodotto, uno dei convitati del lussuoso banchetto cui prende parte il “giovin signore” ha elevato una filippica contro la crudeltà di coloro che uccidono gli animali per nutrirsene dichiarando che l’uomo volgare può avere pietà dei suoi simili, ma che è segno di un’anima raffinata e di elevato sentire commuoversi sulla sorte degli animali. A queste parole una delle dame presenti stilla dagli occhi una lagrimuccia e si ricorda di un triste giorno in cui la sua adorata cagnetta fu colpita dal piede volgare di un servo che essa aveva morsicato”.

. . . . Or le sovviene(1) il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede

villan del servo con l'eburneo dente
segnò di lieve nota, ed egli, audace,
con sacrilego piè lanciolla; e quella
tre volte rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli
(2)

nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: "Aìta! Aìta!"
parea dicesse; e da le aurate volte(3)
a lei l'impietosita Eco rispose;
e dagl'infimi chiostri i mesti servi

asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitâro. Accorse ognuno; il volto
fu spruzzato d'essenze a la tua(4) Dama;
ella rinvenne alfin: l'ira, il dolore

l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor(5) vendetta
chieder sembrolle; e tu vendetta avesti,

vergine cuccia de le Grazie alunna.


L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse(6)
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d'arcani uffici; in van per lui

fu pregato e promesso: ei nudo andonne,
dell'assisa(7) spogliato ond'era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò; ché le pietose dame
inorridîro, e del misfatto atroce

odiâr l'autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato, su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol placato(8)

da le vittime umane, isti superba.

Note:

(1) A questo punto la dama si ricorda di un giorno, ahimé triste (ahi fèro)...

(2) Dalle morbide ed umide narici soffiò la polvere che la irritava (rodente).

(3) E dai soffitti dorati e a volta (aurate volte) l'eco impietosita rispose.

(4) La dama è detta tua perchè è la confidente del giovin signore, al quale il poeta rivolge sempre il discorso.

(5) In suo tenor: nel suo linguaggio

(6) Non gli valse l'aver servito per vent'anni nella stessa casa (merito quadrilustre) e l'aver disimpegnato con ogni zelo incarichi difficili e delicati

(7) Assisa: livrea.

(8) E tu, vergine cuccia, soddisfatta (placata) come una divinità (idol) dal sacrificio delle creature umane, fosti orgogliosa (isti superba) di quanto avevi ottenuto.

 

 

 

R.B. - in collaborazione con paesi.com