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Giuseppe Parini
in un ritratto
di Martino Knoller |
Quando
il prof. Cappon, credo in terza media, ci lesse questa poesia
cogliemmo sul suo volto quel sorrisino che spesso ci spaventava
quando c'interrogava. Era un insegnante serio e preparato,
calmo, non alzava mai la voce. Poche parole, quelle sufficienti
per spiegare un concetto, chiedere una spiegazione, esprimere un
giudizio... Non credo di averlo mai visto ridere. Solo qualche
volta sorridere. Ma a volte, quando interrogava qualcuno che rispondeva
- diciamo così - arrampicandosi un
po' su per gli specchi, faceva un sorrisino che il malcapitato
sperava fosse di ammirazione, ma cui seguiva, invece, un
calmissimo "Vai a posto". Il prof. Cappon, evidentemente, non amava i discorsi
vuoti, non gli interessava che uno fosse bravo a parlare se non
rispondeva a tono o se non diceva niente. Apriva lentamente la
sua stilografica e scriveva, in una grafia che s'indovinava
minuta, il voto sul registro. Il voto allora era segreto, ma noi
avevamo già capito che era una "careghéta", come chiamavamo
allora, ridendo quasi ad esorcizzarlo, il quattro.
Il sorrisino
del professore, però, quando leggeva la poesia che qui
presentiamo, era sicuramente mosso dal brillante tono satirico
di questo brano, tratto dal “Mezzogiorno" di Giuseppe Parini.
Nel
sentire il nome di questo poeta qualcuno (ed un po’ anch’io, lo
confesso) avrà un senso di fastidio come quando si prende in
mano, toccandolo solo con due dita, un vecchio libro
impolverato. Ma proprio come un vecchio buon libro anche
Parini sa dare molte soddisfazioni a chi lo rilegge.
Giuseppe Parini nacque a Bosisio (oggi Bosisio Parini), in
provincia di Lecco, nel 1729. Poté
studiare presso i Barnabiti di Milano grazie ad una piccola
rendita che una zia gli lasciò a patto che diventasse sacerdote.
A 25 anni fu, quindi, ordinato prete. A Milano ebbe modo di
frequentare l’accademia dei Trasformati che riuniva gentiluomini
e letterati aperti alle idee di progresso. Fece il precettore in
case di nobili. Nel 1763 la pubblicazione del “Mattino” lo rese
celebre. Ebbe importanti incarichi dal governo austriaco in
Lombardia, ed anche i Francesi, quando nel 1796 arrivarono a
Milano, lo nominarono membro della municipalità. Ma, avendo
espresso la sua delusione di fronte al malgoverno dei nuovi
arrivati, fu presto congedato. Tornati gli Austriaci, accettò di
celebrarne la vittoria e la mattina del 15 agosto 1799 scrisse
il sonetto Predaro i Filistei. Nel pomeriggio di quello
stesso giorno
morì.
Ho accennato
un po’ alla vita del poeta per dare un’idea del
tempo in cui visse. Siamo nel secolo dei lumi; e all'illuminismo Parini
aderì, pur senza gli eccessi rivoluzionari. Da ciò deriva
la sua idea della poesia come forza educativa all’utile
in armonia con una grande considerazione della dignità umana,
mentre la sua educazione letteraria, come emerge dalle opere, è
basata sui classici e sui cinquecentisti. La sue opere più
importanti e giustamente più famose sono il "Giorno" e le "Odi". Nel
poemetto satirico in endecasillabi “Il Giorno”, suddiviso in “Mattino”,
“Mezzogiorno”, “Vespro” e “Notte”, Parini
prende di mira la vacuità e il torpore morale della
nobiltà e, nel contempo, mostra simpatia per gli umili ed
esprime il suo sdegno per le ingiustizie sociali.
Come è noto, nel poemetto Parini, in qualità di precettore,
istruisce un giovane nobile, il giovin signore, sul modo
migliore di trascorrere le varie parti della giornata. E' un
pretesto per satireggiare sulla frivolezza e sulla futilità del modo
di vivere dei nobili.

Jean Honore Fragonard
(1732-1806)
La lettera d'amore |
Nella
“Vergine cuccia” c’è innanzitutto un messaggio in difesa della
dignità umana, perché una persona non può essere considerata
meno di un animale. C’è il sarcasmo verso una casta,
l’aristocrazia del tempo, vuota ed imbelle e c’è la denuncia
dell’ingiustizia sociale diffusa e radicata. Il tono satirico
che pervade i
raffinati endecasillabi rende piacevole la lettura del brano, ma
alla fine provoca nel lettore una profonda indignazione. L'isti
superba finale, che potrebbe rendere antipatica la vivace
cagnetta, la quale - ovviamente - non ha alcuna colpa
dell'accaduto, né pretese di risarcimenti, è in realtà il massimo del sarcasmo del poeta
verso l'insipienza e la crudeltà della Dama.
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Riporto, in questa occasione, solo per una miglior
comprensione di qualche vocabolo un po' desueto e del contesto letterario
in cui si inserisce il brano, la piccola premessa e alcune note dell’antologia
“Le Pleiadi”, da cui ho tratto la poesia.
“Nei
versi che precedono l’episodio qui riprodotto, uno dei convitati
del lussuoso banchetto cui prende parte il “giovin signore” ha
elevato una filippica contro la crudeltà di coloro che uccidono
gli animali per nutrirsene dichiarando che l’uomo volgare può
avere pietà dei suoi simili, ma che è segno di un’anima
raffinata e di elevato sentire commuoversi sulla sorte degli
animali. A queste parole una delle dame presenti stilla dagli
occhi una lagrimuccia e si ricorda di un triste giorno in cui la
sua adorata cagnetta fu colpita dal piede volgare di un servo
che essa aveva morsicato”.
. .
. . Or le
sovviene(1) il giorno, ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna, giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan
del servo con l'eburneo dente segnò di lieve nota, ed egli, audace, con sacrilego piè lanciolla; e quella tre volte rotolò; tre volte scosse gli scompigliati peli, e da le molli(2)
nari
soffiò la polvere rodente. Indi i gemiti alzando: "Aìta! Aìta!" parea dicesse; e da le aurate volte(3) a lei l'impietosita Eco rispose; e dagl'infimi chiostri i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze le damigelle pallide tremanti precipitâro. Accorse ognuno; il volto fu spruzzato d'essenze a la tua(4) Dama; ella rinvenne alfin: l'ira, il dolore
l'agitavano ancor; fulminei sguardi gettò sul servo, e con languida voce chiamò tre volte la sua cuccia: e questa al sen le corse; in suo tenor(5) vendetta chieder sembrolle; e tu vendetta avesti,
vergine cuccia de le Grazie alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse(6) merito quadrilustre; a lui non valse zelo d'arcani uffici; in van per lui
fu
pregato e promesso: ei nudo andonne, dell'assisa(7) spogliato ond'era un giorno venerabile al vulgo. In van novello signor sperò; ché le pietose dame inorridîro, e del misfatto atroce
odiâr
l'autore. Il misero si giacque con la squallida prole, e con la nuda consorte a lato, su la via spargendo al passeggiere inutile lamento: e tu vergine cuccia, idol placato(8)
da le
vittime umane, isti superba.
Note:
(1) A questo punto la dama si
ricorda di un giorno, ahimé triste (ahi fèro)...
(2) Dalle morbide ed umide narici
soffiò la polvere che la irritava (rodente).
(3) E dai soffitti dorati e a
volta (aurate volte) l'eco impietosita rispose.
(4) La dama è detta tua
perchè è la confidente del giovin signore, al quale il poeta
rivolge sempre il discorso.
(5) In suo tenor: nel suo
linguaggio
(6) Non gli valse l'aver servito
per vent'anni nella stessa casa (merito quadrilustre) e
l'aver disimpegnato con ogni zelo incarichi difficili e delicati
(7) Assisa: livrea.
(8) E tu, vergine cuccia,
soddisfatta (placata) come una divinità (idol) dal
sacrificio delle creature umane, fosti orgogliosa (isti
superba) di quanto avevi ottenuto. |