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Il gioco degli Scacchi nel Medioevo
di Francesco Fava
Nel VI secolo d.C. l’India del Nord fu
colpita da battaglie continue, che non tardarono ad essere
rappresentate su una tavola da gioco.
Così, nacque il gioco degli scacchi, anche se
diverso da come lo intendiamo noi adesso: infatti, la scacchiera
era uguale, ma i giocatori erano 4; inoltre, i pezzi erano
solamente 8 a testa. Tra l’altro, lo spostamento di questi
ultimi non veniva deciso solo dal ragionamento, ma anche dal
lancio di dadi.
Fra VIII e IX secolo, attraverso gli Arabi il
gioco raggiunse la Penisola Iberica, e da lì si diffuse,
appassionando ogni classe sociale, dai re ai servi, in tutta
Europa.
Questo gioco fu molto popolare fin dal
Medioevo perché rappresentava un quadro della società
dell’epoca: il pezzo più importante era il re, che era sostenuto
dagli altri: i cavalli, gli alfieri e le torri, e, più giù di
tutti, i pedoni, che rappresentavano i servi della gleba. La
figura della Regina venne introdotta successivamente, nei primi
anni del 1500, questo cambiamento avvenne nuovamente per
l’influenza della società in evoluzione: questo pezzo, infatti,
può colpire da lontano ed in ogni direzione, ed è paragonabile
all’introduzione delle armi da fuoco e della polvere da sparo.
Gli scacchi
e la Chiesa
Ma quale fu
la risposta delle autorità nei confronti del gioco degli
scacchi? Innanzitutto, bisogna tener presente che nel Medioevo
ogni tipo di divertimento era condannato dalle autorità; e così,
nel 1254, il re di Francia Luigi IX, detto “Il Santo”, li vietò
fermamente, assieme ai giochi da tavola e a quelli con i dadi.
Questo gioco, però, era basato sull’intelligenza, non sulla
fortuna, allora perché ci fu un tale atteggiamento nei suoi
confronti? L’ostilità della Chiesa per gli scacchi si può
spiegare forse con il sospetto che questo gioco fosse
un’occasione di peccato (come l’ira per il perdente), o di
avidità, se praticato per guadagnare. Tra l’altro, non è da
escludere che il modo di intendere la vita nel gioco degli
scacchi, cioè con la contrapposizione fra Bianchi e Neri, a quel
tempo fosse sembrata eretica. Infatti, nel Medioevo erano
presenti molte eresie, che sostenevano che il mondo fosse
governato da due forze contrapposte, il Bene e il Male, in
costante lotta tra loro; la Chiesa, invece, sosteneva
l’esistenza di un unico Dio creatore. La “follia del gioco”,
però, si diffuse tanto, sia in città che in campagna, che la
Chiesa faticava a contenere il desiderio di giocare perfino per
gli stessi ecclesiastici. E così, infine, giunse a tollerarlo,
“se praticato senza spirito di lucro, con saggezza e
moderazione”.
Gli scacchi
e l’amore
Imitando la
guerra, gli scacchi ricordano a tutti che il Re, il capo
dell’esercito, è indispensabile per la sopravvivenza. Caduto il
Re, il gioco (e quindi la vita) termina, qualunque sia la
situazione degli altri pezzi. Il gioco degli scacchi è però
anche il simbolo dell’amore, o per meglio dire del cammino verso
l’amore. Inoltre, in quanto gioco di società, gli scacchi
potevano riunire le damigelle e i loro corteggiatori in una
partita amichevole. Diverse miniature illustrano questi teneri
momenti, per esempio con gli incontri di Lancillotto e Ginevra o
di Tristano e Isotta. Nel XIV secolo il manoscritto degli
Scacchi Innamorati attribuiva al pezzo della Regina nomi che
evocavano bellezza, giovinezza, grazia o bontà. Ma una partita
di scacchi poteva anche diventare il teatro di terribili
affronti, e non era raro che il vinto assestasse al suo
avversario un terribile colpo di scacchiera in testa! Si narra
che Roland de Mountalban assassinò il suo sfidante Bertolai
durante una partita a scacchi!
(Francesco
Fava)
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partita a quattro

una partita a scacchi
degenerata in violenza

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