RACCONTI IN 200 PAROLE

UN RACCONTO IN 200 PAROLE

A Pegognaga (MN) si svolge da qualche anno, nell’ambito del "Festival degli scrittori della Bassa",  un concorso letterario in cui si richiede ai partecipanti di presentare un testo in non più di 200 parole. Il tema del 2007 è stato “La Bassa”, cioè la parte meridionale della provincia di Mantova in prossimità del Po, che comprende anche il comune di Pegognaga; quello di quest’anno è “Le donne della Bassa”. Il concorso, evidentemente, è rivolto in primo luogo agli abitanti della zona. Vengono premiati i migliori, ma tutti i componimenti sono poi raccolti in un volume e pubblicati.

Dalla raccolta del 2007, intitolata appunto “La Bassa in 200 parole”, Editoriale Lui, pubblichiamo  alcuni racconti (segnati con *), sperando di invogliare i lettori a mandarci qualche loro nuovo racconto.

VOLO

Rosetta Menarello

 

Il comandante salutò i passeggeri con il consueto augurio di buon viaggio e finalmente il cuore di Massimo riprese il suo ritmo regolare. Era il suo primo volo e l’emozione lo aveva travolto anche se cercava di non darlo a vedere. Guardò sua moglie e si sentì bene. Assaporò l’idea strana del vuoto nella solida protezione dell’aereo. Il sedile era comodissimo ed accogliente tanto da indurlo a socchiudere gli occhi sebbene lo attraesse la visione esterna che l’oblò alla sua sinistra gli offriva.

- Guarderò dopo quello che succede fuori - pensò mentre un improvviso quanto inatteso ricordo gli balenò alla mente.

Si rivide bambino. A sette, otto anni. Col nonno aveva realizzato un enorme aquilone usando la carta luccicante dell’uovo di Pasqua. Per filo un  gomitolo di uno strano ma resistentissimo cotone appartenuto al corredo militare di uno zio scampato al campo di concentramento.

- Oggi è il giorno giusto. Il vento è quello adatto. Dai, che lo facciamo volare! -

Lui s’era messo a correre con l’aquilone in mano mentre il nonno svolgeva il filo.

Con uno scatto delle braccia lo aveva liberato ed il frusciante luccichio aveva danzato disordinatamente nell’aria per poi abbandonarsi nelle braccia del vento, allontanandosi e sollevandosi rapido verso le nuvole.

- Dagli filo, dagli filo! - Gridava il nonno passandogli il gomitolo.

Massimo sentiva il braccio leggero e pesante nel contempo mentre pilotava la fuga dell’aquilone verso le nuvole.

Il cuore gli batteva all’impazzata e un’emozione nuova gli era entrata nell’anima insieme all’argento della carta che brillava con bagliori quasi ritmici.

Massimo sorrise. Spostò finalmente lo sguardo verso l’oblò e fu quasi certo di scorgere il brillio di un aquilone libero tra le nuvole...

 

TRAMONTO (1)

di Rosetta Menarello

 

Quando l’autunno chiude lo scrigno dei colori e abbandona il suo tempo all’inverno, i tramonti in laguna si dissolvono in magiche striature di madreperla.

E’ come se l’argento del mare evaporasse per fondersi col cielo.

Era questo il momento in cui l’animo rude e solitario di Bepi, il vecchio pescatore, cedeva ad un incanto profondo e commovente.

Seduto sul bordo del pontile che sorreggeva la sua cavana dipanava con atavica destrezza l’intrico della rete liberandola dai filamenti delle alghe.

Lavora svelto con le mani nodose come i legni che il mare liberava sulla riva dopo la burrasca. Folate di vento salmastro e resinoso facevano dondolare il bilancino che pendeva sul tremolio mutevole dell’acqua.

“Keo, keo!” Gridavano i gabbiani ... e da lontano altri rispondevano con risate querule. Bepi accese il sigaro aspirandone l’aroma intenso e pungente. Il fumo si dilatò davanti al suo viso spalancandosi come un sipario che lasciava spazio a quel tramonto d’autunno inoltrato. L’orizzonte fluttuò come un illusorio miraggio intrecciando, col rosa dell’ultimo sole, un sottile gioco amoroso. Nere sagome di barche aleggiarono sospese sulla laguna che già si copriva di sera.

 

(1) E' il primo racconto che arriva da Cavarzere. Speriamo ne seguano altri.

 

UNA CONCHIGLIA VUOTA (1)

di Vanda Zilocchi

 

Alta, snella, coi tacchi, stretta in un tailleur dalla gonna lunga o avvolta da una mantella grigia, i capelli  lisci e scuri, il viso severo. Camminava eretta, senza guardarsi intorno.

Arrivava a Pegognaga la domenica col treno del pomeriggio dalla città e, con passo deciso, giungeva a fianco della chiesa. Dopo aver preso a sinistra verso il municipio si recava all’incrocio  del vecchio mulino e sfilava fino alla porta principale della chiesa.

Non si poteva non notarla! Era diversa dalle donne di paese che, per quanto eleganti, arrischiavano ad indossare tubini e sette ottavi color pastello, lunghi al ginocchio, e portare capelli cotonati.

Noi tredicenni la vedevamo già donna matura,  con un’aria da zitella eppure fuori dagli schemi. L’aspettavamo all’uscita della messa vespertina e la seguivamo nel ritorno alla stazione, di nascosto, facendoci beffe tra noi dei vestiti sobri, dell’incedere elegante e controllato. Temevamo forse volesse portarci via qualche cosa, ma eravamo sicure che non ce l’avrebbe fatta.

Chissà quale storia si portava dietro. Forse un amore impossibile che la faceva immergere settimanalmente nei cascami della Bassa, anche solo per essere una regale conchiglia vuota sulla sabbia, poiché non era certo il nostro, allora, un paese di pescatori di perle.

 (1) segnalato al concorso di Pegognaga 2008

DOVE LA LUCERTOLA S'ADAGIA AL SOLE (*)

di Marta Vaccari

Dove la lucertola s'adagia al sole, in uno specchio di sassi nelle radure degli argini d'erba selvaggia, e dove il fiume passeggia il suo corso, regalo d'acqua della ciotola di Dio: tutto s'accomuna. Innalzano silenzi, i paesi dormienti, dalle notti di stelle; anche se mortifica un pensiero, perché non tutto feconda dove la rude calcina imbianca le pareti di un casolare sperduto.

La vigna, sì, riordina i suoi tralci per acini succosi e non addita, lei sempre paziente, il temporale invidioso dei filari nella quiete.

E tu, donna sfiorita, dalle calcagna a crepe, come una terra arsa, mi racconti di aratri che hanno rigirato le zolle nelle scie dei solchi poi pettinati a dovere dallo zelo dell'erpice. E di capezzagne inneggianti al sussulto dei carri, ricolmi d'estate.

Arcaico quel vivere, non credi? Anch'io ho un corpo dagli impasti di terra, e ho visto il sole con raggi d'arancio sui seni delle spighe; anche se, come te, ho conosciuto la fatica ingorda di schiene, per un pane di briciole.

Ora va l'autostrada, padrona assoluta degli scorci defraudati delle memorie.

 

   

LETTERA ALLA MIA PROFESSORESSA

di Vanda Zilocchi

 

Cara professoressa,

ricorda quando Le consegnai quel compito in bianco?

I temi erano tre: letteratura, storia, personale. Qualcosa per tutte dunque: eravamo ragazze quindicenni volenterose. A testa bassa ci concentrammo sulla consegna nel silenzio totale. L’ora passava mentre Lei girava tra i banchi disponibile alle nostre richieste di aiuto. Si fermò anche vicino alla mia compagna “davanti” mentre io provavo a ricapitolare quanto avrei saputo dire intorno a quegli argomenti senza riuscire a tirar fuori nulla di soddisfacente (non volevo ripiegare sul terzo tema). Mi stesi in avanti a proteggere il mio foglio ancora bianco, sudando per la confusione e il timore di essere scoperta. Invece Lei mi passò accanto e si trattenne con la mia compagna “dietro”. In quel momento concepii l’idea di non scrivere niente e così restai fino al momento della consegna. Col cuore in gola, mimetizzata tra le altre, allungai il foglio. Lei alzò uno sguardo interrogativo al quale non seppi cosa rispondere.

Ora sto vedendo la foto del nostro recente incontro: abbracciate a lei, io e la mia ex-compagna “davanti”. I Suoi occhi sono luminosi come allora e il Suo braccio mi circonda: ancora la mia testa vorrebbe posarsi sulla Sua spalla.

 

FIGLI DI UN'ALTRA TERRA (*)

di Isa Benatti

La Bassa, dove sono nata, è diventata col tempo, anche il luogo dei miei "viaggi estivi". Appena posso assaporare un po' di libertà, vado ad incontrare le anime delle persone che hanno costellato la mia infanzia e che sono dislocate in piccoli cimiteri adagiati sul Po. Torricella è la meta più importante: li ho un appuntamento con l'anima di mio padre.

Cosi, in un caldo giorno di luglio, dopo aver attraversato il fiume a Borgoforte, entro nella "mia" Bassa. A Sailetto giro a destra e comincio a percorrere quella strada piena di curve che ad ogni svolta partorisce i gesti, i sorrisi, i dolori di chi è stato prima di me. Il cuore si siede: sono vicina alla nostra, ormai fatiscente, cascina, ma lo sguardo è illuminato da una immagine che fa vibrare le mie viscere. Nel prato, fra la casa e la strada, coloratissime donne africane stanno sedute in cerchio a godersi il sole: un pezzo d'Africa aggrappato al Po. Sullo sfondo la casa di stenti e privazioni di vite che hanno saputo donare, davanti a me i nuovi poveri, figli di un'altra terra, derubata e stuprata.

Immobile, struggente, amato luogo da cui non mi sono mai mossa.

 

 

 

 

R.B. - in collaborazione con paesi.com