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Padova, 13
Marzo 1995
Caro Costanzo,
la
sofferenza di mio padre è finita. Se n’è andato. L’ho
abbracciato per l’ultima volta e gli ho detto grazie di tutto il
bene che mi ha voluto, prima che lo chiudessero per sempre. Ora
che il più acuto del dolore è finito, mi resta il dovere di
pensare. Di riflettere su di lui e sulla sua generazione. Di
capirne il senso. E non per gusto intellettuale, ma perché ci
riguarda. Se davvero riteniamo che ridare un senso accettabile
alla parola “comunismo” sia il nostro impegno, abbiamo bisogno
di ricavare un senso da queste vite, un senso che sia possibile
portare con noi, nella strada che faremo. Dovrei spiegarti
qualcosa di mio padre, perché tu possa inquadrare quello che ti
dirò. Capisci che non è facile per me. Potrei cominciare dal suo
funerale, con l’intero paese presente (almeno le “sue”
generazioni, diciamo dai cinquant’anni in su) a manifestargli la
stima e l’affetto che si era guadagnato. Ma è un ricordo troppo
vicino. Preferisco darti qualche notizia: mio padre era del
1921, veniva da una famiglia di contadini poveri, era entrato in
politica subito dopo la guerra, prima (se non mi sbaglio)
nell’organizzazione sindacale dei braccianti, poi nel partito.
Era legato nel profondo a Cavarzere e alla sua gente.
Consigliere comunale ininterrottamente dal 1951 alla morte,
sindaco per vent’anni, era un amministratore che ascoltava tutti
e cercava di aiutare tutti. Per tutta la vita si è sforzato di
essere vicino ai problemi della sua gente: se da giovane si
occupava dei braccianti come lui, da vecchio lavorava al
sindacato pensionati della CGIL, contento di poter aiutare i
suoi coetanei con le pratiche delle pensioni. Non vorrei
aggiungere altro sull’onestà, lo spirito di sacrificio: sono
tutte cose che conosci. Ti faccio solo un esempio: era stato più
volte messo in lista per le politiche, ma una volta gli venne
proposto dal partito di essere uno dei candidati “veri”, quelli
su cui erano concentrati gli sforzi per le elezioni (doveva
essere il 1972, credo). Mio padre si rifiutò, perché si sentiva
impreparato alla “grande” politica, impotente a superare i
propri limiti culturali di contadino con la quinta elementare,
incapace di fare qualcosa di buono a Roma, mentre si sentiva
utile a Cavarzere. Te lo vedi oggi un politico di paese che
rifiuta di “andare a Roma” perché non si sente preparato e teme
di non poter essere utile? Queste erano moralità e serietà dei
comunisti di quella generazione.
A farla breve,
credo che mio padre fosse un esemplare quasi perfetto del
“comunista italiano”, quel tipo di comunista che, come sappiamo,
non aveva nulla a che fare con Marx e pochissimo con Lenin, ed
era invece espressione di un’idea di partito comunista e di
politica comunista che possiamo riassumere nel nome di Togliatti.
E allora
Costanzo, siamo al problema iniziale, che forse almeno
comprendiamo più chiaramente: che fare di questa vita? Quale
significato dobbiamo portare con noi? Diciamolo tutto e
chiaramente, il problema: un simile modello di vita e di azione
politica è inestricabilmente legato a quella complessa realtà
politica, storica, ideologica e perfino antropologica che tu hai
denominato “comunismo storico del Novecento”. Si tratta di
realtà non separabili. La vita di mio padre porta con sé il
marchio di questo comunismo e del suo fallimento. E non si può
giocare con le parole, in queste cose, e tentare facili elusioni
delle responsabilità: mio padre ha sinceramente creduto a tutto
quello che gli hanno detto, ha creduto che l’organizzazione
politica ed economica dei paesi dell’Est rappresentasse un
modello valido e funzionante, magari non applicabile in Italia
ma senz’altro buono per Polonia e Cecoslovacchia, per non
parlare naturalmente dell’URSS; ha creduto che i rivoltosi
dell’Ungheria del 1956 fossero pericolosi controrivoluzionari o
agenti dell’imperialismo, ha creduto che tutto quanto di
negativo poteva succedere “là” era dovuto a errori e limiti
umani e accidentali, che il sistema al fondo era buono e che i
lati positivi compensavano in abbondanza quelli negativi. E
soprattutto: la critica e il distacco da quelle idee si sono
sempre svolte nelle forme, nei modi e nei tempi dettati dal
partito. Per farla breve mio padre ha sempre creduto
tranquillamente a quello che leggeva su l’Unità.
Ora, è chiaro
che tutto ciò in pratica contava poco: figuriamoci che peso
potevano avere, sulle sorti dei rivoltosi nella Budapest del
1956 o dei dissidenti sovietici le opinioni del sindaco di
Cavarzere, Polesine. Ma questo non dice nulla sul nostro
problema, che è: che senso dare a questo modello umano, a queste
vite che diventano sempre più lontane. Una risposta c’è già,
facile e pronta: invocare dottamente l’astuzia della ragione o
l’eterogenesi dei fini, e fare, entro la storia di queste vite,
una separazione netta, un taglio chirurgico: da una parte il
buono, le azioni politiche concrete nelle realtà locali, in
Italia, sempre piene di moderazione e buon senso, sempre rivolte
a difendere gli interessi dei più deboli; dall’altra il cattivo,
le ideologie su realtà lontane e sconosciute e su utopie
indefinite, ideologie piene di chiusure e di ottusità. E’ una
risposta possibile, e non intendo dire che sia completamente
sbagliata. E si potrebbe anche articolarla di più, e dire che
una vita quasi da “santo laico” come quella di mio padre è
possibile proprio in virtù di convinzioni forti, radicate, e
magari non troppo aperte alla critica sulle cose di fondo. Al
venire meno di queste idee-forza si è più aperti, tolleranti, ma
anche molto meno disposti al sacrificio, molto più egoisti. Con
una formula, una grande carità, come quella che mio padre ha
sempre avuto per gli altri, è possibile solo in presenza di una
grande fede e di una grande speranza. Al venir meno di queste
viene meno anche quella. E basta vedere cos’è adesso il ceto
dirigente medio della sinistra per capirlo. Tutto questo ha
della verità, lo ripeto: ma non mi basta. Non so spiegarlo bene
[…]. Ho una diffidenza “istintiva” per questo tipo di
spiegazioni; mi sento di affermare, senza riuscire a spiegarmi
meglio, che questa separazione, questo “taglio” fra la vita
reale e l’”ideologia” sia portatore di menzogne e tradisca
qualcosa di essenziale della storia di queste vite. Su questo,
ripeto, per il momento non so dire di più, preferisco proseguire
ed entrare finalmente nel vivo di quello che volevo dirrti,
delle domande che mi sono posto e delle risposte che ho cercato
di dare.
Ripeto qual è
la sostanza del problema: si si guarda ai fini profondi che la
generazione di mio padre si poneva, sembra che la loro storia si
concluda in un fallimento, che la “pratica” debba essere
archiviata con la sigla “errore” e che non ci sia nulla da
aggiungere: loro volevano il “socialismo”, volevano una
trasformazione profonda del modo in cui gli esseri umani
regolano le loro relazioni, volevano un mondo in cui al centro
ci fossero le persone e i loro diritti, invece che le cose e il
profitto. Nulla di questo è stato ottenuto, il mondo di oggi è
violento, selvaggio, inumano e assassino come quello che loro
volevano cambiare. E se da qualche parte (nel mondo occidentale
per esempio) la miseria è stata largamente sconfitta, questo è
avvenuto spingendo al massimo sul pedale dello sviluppo
capitalistico e non, come loro volevano, iniziando almeno il suo
superamento. E le idee e le parole che quegli uomini e quelle
donne collegavano al loro desiderio di cambiamento solo oggi
svilite, vituperate, infangate. E’ da qui che bisogna partire,
da questo fallimento. E allora incominciamo.
“Fallimento”:
si fallisce sempre rispetto a qualche fine, a qualche obbiettivo
che ci si era proposto. Cosa si proponevano, cosa volevano le
persone di quella generazione? Potremmo dire, per sintetizzare
in una parola, che volevano il “socialismo”. Uso questa parola,
piuttosto che quella di “comunismo”, per motivi che tu comprendi
bene: mio padre, fedele anche in questo alla vulgata di partito,
usava la terminologia delle “due fasi”, per cui “socialismo” era
lo stadio immediatamente successivo nel tempo al capitalismo,
mentre “comunismo” era una vaga utopia destinata ad un lontano
futuro, della quale nessuno in pratica sapeva dire nulla. Allora
diciamo “socialismo” come una realtà che mio padre sentiva
ragionevolmente raggiungibile in tempi “umani”. Lottare per il
socialismo era per lui qualcosa di piuttosto concreto, come
piantare un albero: magari sarebbero stati i figli o i nipoti a
goderne i frutti, ma che importa? L’importante è vederlo
crescere e sapere che darà frutti. Ma cos’era questo socialismo,
per mio padre? E’ questo il punto cruciale. Non so bene cosa
avrebbe risposto lui. E qui è chiaro che devo mettere in bocca a
mio padre parole non sue; devo cercare di sintetizzare in
formule “filosofiche” il senso di ciò che lui pensava.
Indubbiamente per lui “socialismo” era il miglioramento delle
condizioni di vita materiale dei ceti più deboli, erano le
scuole e gli ospedali, era il diritto al lavoro, era la difesa
dei diritti dei lavoratori, era anche magari la
nazionalizzazione dell’economia. Ma come si può sintetizzare
tutto questo? Quale ne è il senso profondo?
Io credo che
tutti questi aspetti diversi e magari contraddittori (se presi
isolatamente) fossero solo articolazioni di un’idea
fondamentale. L’idea di demcraazia. Di una democrazia piena,
sostanziale. Di una democrazia intesa letteralmente come potere
del popolo o, per usare una delle tue citazioni preferite, come
“governo dei più, che sono anche i più poveri” (cito a memoria
la tua citazione di Aristotele). Una democrazia intesa come
capacità sempre crescente, da parte di tutti, di capire,
giudicare, intervenire e pesare nelle scelte. E visto che, non
per volontà nostra, il mondo è diviso in classi, sviluppare la
capacità di decisione di tutti significa in primo luogo
sviluppare la capacità di decisione dei più deboli, di coloro
che sono sempre stati esclusi dalla possibilità di governo di
sé. Tutto si lega a questa idea profonda, l’idea della libertà
di tutti come capacità di autogoverno: lo sviluppo economico, il
benessere, gli ospedali sono necessari perché chi è preso dal
bisogno materiale non è mai realmente libero; la scuola è
indispensabile perché per esercitare la libertà occorre il
sapere; i diritti dei lavoratori vanno difesi perché la
democrazia non può arrestarsi ai cancelli delle fabbriche. E
così via. Democrazia e libertà, intese in questo senso, sono
solo un altro modo di dire crescita di cultura e coscienza
critica dei ceti inferiori. E’ solo attraverso questa crescita
che “il popolo” può contare, può governare. Perché a cosa
servono i diritti se non si ha l’organizzazione intellettuale
necessaria per esercitarli? E allora, per arrivare finalmente ad
una sintesi, credo che il “socialismo” per il quale mio padre ha
speso l’intera sua vita adulta fosse da intendersi come l’idea
di una continua crescita di conoscenza, cultura e coscienza da
parte dei ceti inferiori, assieme alla crescita della loro
capacità di governo di sé, sia nelle piccole realtà dei paesi
sia nelle grandi scelte dello Stato.
E’ vero quello
che sto dicendo? Sono riuscito a cogliere qualcosa di
essenziale, o sto piegando queste vicende a interpretazioni
arbitrarie? Anche su questo vorrei il tuo parere e il tuo aiuto.
Per il momento […] accettiamo che quanto ho detto sia corretto e
che io sia riuscito a sintetizzare il senso del socialismo che
quegli uomini e quelle donne volevano. E’ chiaro allora che
l’azione dei tanti che come mio padre hanno fatto il PCI è
stata, per molti versi, adeguata a quei fini. Anche su questo la
sua storia privata è esemplare: la vicenda di un bracciante con
la quinta elementare che diventa dirigente sindacale e politico,
che fa il sindaco per vent’anni guadagnandosi il rispetto e la
stima di tutti, è appunto un esempio di quella crescita di
coscienza e di cultura che ho faticosamente tentato di dire
prima. Di vicende come quella di mio padre ce ne sono infinite,
nella storia del PCI. Se le integriamo e ci sforziamo di vederle
assieme, cogliamo qualcosa di essenziale nella storia di questo
paese: il fatto che l’azione del PCI, di queste centinaia di
migliaia di persone come mio padre, è stato un elemento
essenziale nella crescita democratica dell’Italia. Siamo
(ancora) un paese passabilmente democratico grazie anche al
fatto che queste centinaia di migliaia di militanti hanno speso
buona parte delle loro vite a organizzare, a discutere, a
lottare, a far capire a tutti i propri diritti, a insegnare il
senso di responsabilità di fronte alle decisioni liberamente
prese. A far entrare “dentro lo Stato” coloro che ne erano
sempre stati esclusi. In una parola, a creare la nazione
italiana e la democrazia italiana […].
Adesso mi preme
continuare, perché devo arrivare al “lato d’ombra”. Questa
grande impresa di democrazia e libertà era legata assieme, era
cresciuta assieme a qualcosa che la rendeva incompleta, che la
bloccava in maniera essenziale. L’intera immagine del mondo che
la generazione di mio padre s’era fatta aveva con sé il
principio della propria dissoluzione. Mi riferisco a quel
rapporto di fiducia cieca, impermeabile alla critica e al
dubbio, che questi militanti avevano con i propri dirigenti, e
che li rendeva disponibili ad accettare, per esempio a proposito
del “socialismo reale”, montagne di falsità; che, soprattutto,
rendeva dure, sprezzanti, intolleranti, impietose nei confronti
delle vittime, persone che erano in realtà profondamente buone,
partecipi della sofferenza altrui e pronte al dialogo. Qui non
si tratta solo di “errori” di giudizio storico o politico sul
socialismo reale (continuo a parlare di questo come esempio
dell’atteggiamento generale di questi militanti): è ovvio che
gli individui possono sbagliare, e le organizzazioni politiche
pure. Ciò che conta è che su questo non c’era possibilità di
autentica discussione e quindi di correzione. Su questo punto la
possibilità di crescita di cultura e coscienza era bloccata, e
questo minava tutto il resto. Voglio essere chiaro, con la
necessaria durezza […]: nessuno è innocente. Mio padre è stato
ingannato, ma nelle grandi scelte politiche è sempre possibile
sottrarsi all’inganno, magari con molta fatica. Mio padre nel
1956 aveva 35 anni, era un uomo maturo e cosciente. C’era anche
per lui la possibilità, magari piccola, di capire quello che
stava realmente succedendo in Ungheria. Se mio padre è stato
ingannato è perché ha scelto di farsi ingannare. Nessuno è
innocente.
Ma ci sono
gradi e livelli diversi di responsabilità. Minore è la
responsabilità del militante di base, del piccolo dirigente di
paese, di persone cioè che avevano pochi strumenti culturali e,
soprattutto, quei pochi li avevano trovati nel partito e grazie
al partito. Credo che questo sia un punto essenziale […]. Non si
tratta solo del fatto banale che il partito si sforzava di dare
un minimo di preparazione tecnica ai dirigenti e agli
amministratori (scuole di partito, corsi, seminari); si trattava
del fatto che era dentro il partito e la sua azione che queste
persone avevano la possibilità di discutere, di confrontarsi, di
porsi dei problemi e di cercare di risolverli, di confrontare
esperienze diverse sforzandosi di arrivare ad una sintesi; di
crescere, come ho detto tante volte, mantenendo la propria
autonomia, la propria “diversità”. Mettersi fuori dal partito
significava per mio padre non solo buttare via anni di lavoro,
ma soprattutto perdere quello che aveva costruito di sé fino a
quel momento, il senso di tanti sacrifici, quello che aveva
conquistato di intelligenza, cultura, capacità di lettura degli
eventi del mondo.
C’è qui, è fin
troppo facile dirlo, una contraddizione tragica, perché è chiaro
che scegliendo il partito e le sue menzogne mio padre ha subìto
lo stesso una radicale perdita di intelligenza del reale: perché
come poteva continuare a capire la realtà del mondo una volta
che avesse scelto di credere seriamente che la rivolta ungherese
fosse un complotto di controrivoluzionari fascisti, o magari un
tragico incidente che non intaccava la validità del modello?
Come potevano continuare a crescere intelligenza e coscienza,
sue e della sua generazione? Avendo rinunciato a capire cosa
fosse il socialismo reale, mio padre non poteva più capire cosa
succedesse nel mondo. Il mondo prendeva ai suoi occhi un aspetto
irrazionale; strani fatti, imprevisti e inspiegabili,
succedevano ovunque (operai polacchi che scioperano contro un
regime socialista, compagni russi e compagni cinesi che si
prendono a cannonate…). Una comprensione razionale di questi
fatti era per mio padre impossibile: bisognava comprendere la
realtà che ci stava dietro, rinunciare alle visioni mitiche dei
paesi dell’Est, e quindi cominciare a sgretolare la fiducia
nella sostanza di ciò che dicevano i dirigenti del PCI.
Trovandosi, anche per propria scelta, nell’impossibilità di
arrivare ad una spiegazione razionale […], quegli uomini e
quelle donne avevano bisogno di altre rassicuranti menzogne, che
puntualmente trovavano su l’Unità. Avendo rinunciato a
capire, non potevano che “farsi dire cosa credere” da quegli
stessi che si sforzavano di impedire loro la comprensione della
realtà. In un circolo vizioso, più ci si racconta menzogne e più
se ne ha bisogno, per nascondere gli strappi che la realtà
provoca continuamente. Non so se si poteva pretendere da mio
padre e dalla sua generazione la capacità di uscirne (di farlo
autonomamente, voglio dire, senza aspettare che il vertice del
partito decidesse finalmente che si era “esaurita la spinta
propulsiva” o cose del genere). Non lo so e non mi interessa,
perché […] non sto dando un giudizio morale: sto solo cercando
di capire la realtà delle cose.
Dicevo prima
che diverse sono le responsabilità: è chiaro che molto maggiori
sono quelle dei dirigenti che sapevano la verità, o almeno ne
sapevano abbastanza e avevano gli strumenti culturali per
elaborare quello che sapevano. Ma anche qui non mi interessa la
morale: non mi importa che quei dirigenti siano stati forse
uomini e donne moralmente ingiusti, che abbiano contravvenuto
all’imperativo “non mentire”. Mi interessa molto di più che
quello che hanno fatto sia stato un errore politico del quale
pagheremo ancora a lungo le conseguenze: coloro che hanno
diretto il PCI in quegli anni non hanno capito quale fosse la
base della loro forza, non hanno capito che quello che contava
non erano le divisioni corazzate di Stalin o le acciaierie
sovietiche; la forza del PCI erano precisamente ed
esclusivamente quei cento-duecentomila militanti come mio padre:
erano il loro cervello, il loro entusiasmo, la loro capacità di
discutere e convincere; era la loro crescita umana e culturale
che il ceto dirigente del PCI avrebbe dovuto avere più cara
delle pupille degli occhi. Questo è l’errore clamoroso:
inducendo quei militanti a credere a menzogne se ne bloccava la
capacità di autonoma crescita intellettuale, cioè si minava alla
base esattamente ciò che faceva la forza del PCI. E se mio padre
non avrebbe mai abbandonato il partito, il verme della menzogna
indeboliva la sua capacità di convincere altri. Perché, per fare
solo un esempio, come si può convincere un giovane quando alle
cose giuste che si dicono sono inestricabilmente intrecciate
montagne di menzogne sulle quali non si accetta di discutere? E’
un caso che quella generazione di militanti abbia avuto
difficoltà sempre maggiori a trasmettere la sua esperienza alle
generazioni successive?
Mi avvio alla
fine di questo scritto e mi accorgo che non ho risposto alle
domande che mi sono posto[…].
Solo una prima
conclusione mi sento di tirarla: quella idea di democrazia
sostanziale, di libertà come “potenza” di tutti e di ciascuno,
che ritengo al fondo dell’azione di uomini e donne della
generazione di mio padre, è qualcosa a cui non possiamo
rinunciare. La storia di quella generazione ci dice che libertà
e democrazia in quel senso coincidono con crescita di coscienza,
di capacità critica, di intelligenza del reale. Ci dice
soprattutto che l’unico modo per promuovere questa crescita è
esercitare coscienza, capacità critica e intelligenza, e tutto
ciò che la blocca è nostro nemico.
Finisco con dei
versi di Brecht, dall’epilogo de
L’anima buona del Sezuan.
Egregi
spettatori, or non siate scontenti
Forse
v’aspettavate che finisse altrimenti.
Una leggenda
d’oro avevamo inventata,
ma poi, strada
facendo, in male s’è cambiata.
E sgomenti
vediamo, a sipario caduto,
che qualunque
problema è rimasto insoluto
[…]
Deve cambiare
l’uomo? O il mondo va rifatto?
Ci vogliono
altri dei? O nessun dio affatto?
Siamo
annientati, a terra, e non solo per burla!
Né v’è modo di
uscir dalla distretta
Se non che voi
pensiate fin da stasera stessa,
come a un’anima
buona si possa dare aiuto
perché alla
fine il giusto non sia sempre battuto.
Presto, pensate
come ciò sia attuabile!
Ciao, ti
abbraccio
Marino
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Avevo già letto questa lettera
quando fu pubblicata nel 1995, subito dopo la morte di mio
fratello (padre dell'autore), nella raccolta di scritti di
Marino Badiale “Ricercando
la comune verità” Ed. CTR, Pistoia, ma rileggerla oggi non
mi ha procurato minor commozione di allora. Il ritratto che mio
nipote fa di suo padre - al di là delle riflessioni politiche,
per altro, comunque la si pensi, ancora attuali – mi sembra,
oltre che toccante, anche molto vero. Pubblico questo scritto,
nonostante sia “fuori misura” per il mio sito, come omaggio ad
una persona per me indimenticabile, verso la quale nutrivo,
oltre al naturale amore fraterno, grande stima e ammirazione per
la sua saggezza e la sua bontà. (r.b.) |
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