
ALESSANDRO! |
Vicissitudini varie hanno condotto Simone, nostro nipote e
Manuela a vivere ed a lavorare in Inghilterra; ora è arrivato il
loro bimbo, Alessandro e noi siamo andati a vedere lui ed a
visitare quella parte dell’Inghilterra che sta a Nord-est di
Londra.
Dopo essere scesi dall’aereo, aver superato lo choc della guida
a sinistra ed essere rientrati da un paio di smarrimenti di
percorso, siamo arrivati a Colchester, prima colonia dell’impero
romano nella Britannia. Esiste ancora parte della muratura
romana che cingeva l’accampamento; al posto di questo, nel
medioevo, fu costruito un castello, tuttora ben conservato. Il
fossato che lo circondava è ora colmo di aiuole di fiori di
tutti i tipi e coloratissimi.
Adiacente al castello c’è il parco con ampi e curatissimi prati
e viali fiancheggiati da alberi maestosi ed abitati da
curiosissimi scoiattoli; c’è un laghetto sul quale nuotano vari
tipi di volatili e dove si svolgono terribili lotte tra i maschi
delle anatre per la conquista delle grazie femminili. E’
frequentato dalla più varia umanità e tutto senza sussulti che
possano infrangere una tranquillità che comprendo derivi da una
cultura dell’ambiente ben sperimentata e consolidata.
Di questa cittadina, tuttavia, mi sono rimaste impresse le
intemperanze giovanili, sia maschili che femminili, che
platealmente avvengono ogni venerdì e sabato sera, complici
abbondanti libagioni a base prevalente di birra.
Il territorio delle contee a nord-est di Londra è costituito da
un terreno tutto ondulato, non esiste un minimo spazio
pianeggiante ed il massimo dislivello è di qualche decina di
metri.
Ed è tutto verde; campi e delimitazioni alberate; ogni tanto la
monotonia visiva è interrotta da ampi spazi di coltivazione dal
colore giallo di cadmio che io credo sia lino. Il cielo,
normalmente plumbeo, sembra subire i riflessi delle innumerevoli
sfumature di questi colori. Le strade, che sono più strette
delle nostre e addirittura assai anguste quelle di campagna,
sono delimitate da siepi continue che permettono la visione dei
campi solo da posizione preminente.
Tra un paese ed il successivo le case sono rarissime, di antica
fattura e concezione e sempre immerse nella vegetazione più
disparata; alberi immensi e dalle forme diverse, con i rami che
si piegano come a voler ritornare alla terra da cui sono
partiti, o protesi verso il cielo alla ricerca di spazio, di
aria, di conoscenza. Qualcuno mi ha spiegato che la legislazione
inglese proibisce la costruzione di fabbricati al di fuori di un
ben definito limite dei centri abitati
Le case sono appiccicate una all’altra, con il tetto molto
inclinato perché la struttura in legno in questo modo sopporta
bene i sovrappesi e dura più a lungo. Quasi sempre ci sono dei
corpi sporgenti che movimentano la costruzione e che all’interno
determinano spazi per usi particolari, come bere il tè, leggere,
studiare e mi sembra d’aver veduto anche qualcuno che lavorava a
maglia. Hanno tutte uno spazio sul davanti per il giardino, che
è sempre sovraccarico di fiori e piante ornamentali. Sul retro
esiste un cortile abbastanza ampio e destinato agli usi più
fantasiosi. Non esistono imposte alle finestre, all’interno ci
sono normalmente due tende, una leggera e trasparente ed una
pesante e tale da non lasciare entrare la luce. Le porte
d’ingresso scatenano la fantasia cromatica e costruttiva degli
inglesi, pur mantenendo la comune identità stilistica d’epoca
vittoriana.
Abbiamo visitato un paesino che conserva i fabbricati con le
caratteristiche costruttive medievali, che sono evidenti nelle
foto. Sembra di essere nel villaggio di Asterix e Obelix; o il
disegnatore ha tratto spunto da questo villaggio oppure, vista
la confusione di un certo periodo storico tra inglesi e
francesi, le case erano proprio quelle dei due eroi dei fumetti.
Della vita degli inglesi ho visto con un po’ di attenzione solo
quella dei “pub” al venerdì, sabato e domenica. Il pub è quasi
sempre un locale con diverse stanze di dimensioni contenute, con
numerose parti in legno, finestre piccole e quindi ambienti con
poca luce. Alle pareti di una di queste stanze sono appese
diverse lavagnette sulle quali vengono descritti i vari piatti
del giorno ed il loro prezzo; si sceglie, si ordina, si aspetta
un po’ di tempo e si mangia. Niente tovaglie sui tavoli che
vengono puliti, suppongo, con qualche sostanza oleosa; infatti
si avverte qualcosa di appiccicaticcio quando si stacca
l’avambraccio dal tavolo.
La particolarità della cucina consiste nella presenza di salse
di vario genere, nella prevalenza della birra come bibita e nel
fatto che il pane lo devi ordinare espressamente.
Ho visto gente arrivare, sedersi e bere cinque o sei birre in
bicchieri enormi, nel lento scorrere di un paio d’ore e quindi
andarsene in tutta tranquillità. Non c’è chiasso in quegli
ambienti; la voce non ha mai tonalità esagerate, gli scoppi di
riso sono sempre contenuti; sembra che ci sia l’abitudine a non
infastidire il prossimo.
Altre cose hanno attirato la nostra attenzione: i luoghi di
culto con la torre campanaria dalle dimensioni imponenti; i
cuscini ricamati al posto dell’inginocchiatoio; la simpatica
figura di un professore d’inglese nello sforzo orgoglioso di
illustrarci alcune architetture in una stentatissima lingua
italiana appresa durante un breve soggiorno a Vicenza.
E Londra che molto fuggevolmente si è lasciata ammirare in
navigazione sul Tamigi.
Alla prossima volta
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