ADDIO BOBBY!

E' morto Bobby Fischer

di Renzo Renier

 

Reykjavich 1972: la sfida

La notizia divulgata dalla radio islandese è rimbalzata in tutte le agenzie di stampa ed è giunta a noi verso le 13: Bobby Fischer è morto ieri, 17 gennaio 2008.

Forse ai più non dirà nulla, ma nel mondo scacchistico la notizia della morte dell’undicesimo campione del mondo scoppia con il fragore di una bomba.

Recentemente di lui si sapeva molto poco.

Si sapeva che in passato aveva avuto grossi problemi con  la giustizia americana avendo violato nel 1992 l’embargo posto dall’America alla ex Jugoslavia per aver giocato il match di rivincita con Boris Spassky nell’isola montenegrina di Sveti Stefan. Si sapeva che, dopo travagliatissime vicissitudini, aveva potuto trovare rifugio in Islanda, a Reykjavik, città che fu sempre di suo gradimento. E lì viveva dal 2005, ma si era trincerato dietro un’impenetrabile cortina di riservatezza tanto che anche un giornalista de “La Gazzetta dello Sport”, inviato l’anno scorso a Reykjavik, non era riuscito a “cavare ragno dal buco”. Infatti nel suo articolo apparso il 24 novembre 2007 aveva potuto riferire soltanto che Bobby Fischer aveva contatti saltuari con pochissime persone, che queste persone erano “interdette dal parlare di lui con i giornalisti” e che nessuno fra le persone contattate aveva voluto rilasciare dichiarazioni. Riferiva inoltre che era stato ricoverato in ospedale per problemi a un rene.

Un’esistenza da eremita, ma in pratica l’estremizzazione di quella che era stata da sempre la sua  vita.

Robert James Fischer era nato a Chicago (Illinois) il 9 marzo 1943, figlio di Gerhard, fisico tedesco immigrato negli USA, e di Regina Wender, ebrea svizzera. I genitori divorziarono nel 1945 e da allora Bobby non ebbe più contatti con il padre. Visse con la madre e la sorella maggiore Joan. Poi la sorella si sposò e Bobby, all’età di 17 anni, si separò anche dalla madre.

Intanto la famiglia si era definitivamente trasferita a New York nel quartiere di Brooklin dove i due bambini, che trascorrevano lunghissime ore in casa da soli, impararono a giocare a scacchi leggendo le istruzioni allegate ad un set-omaggio trovato in una scatola di dolciumi, acquistata sotto casa.

A quell’epoca Bobby aveva sei anni e si era talmente intestardito sul nuovo gioco che ben presto fu avviato a frequentare il circolo scacchistico di Brooklin. Qui trovò persone che, accorgendosi del talento non comune del bambino, gli diedero i primi rudimenti tecnici del gioco. Così, pian piano, Bobby incominciò ad imporsi all’attenzione degli ambienti scacchistici prima americani e poi mondiali.

Fischer condusse una vita solitaria, concedendo la sua amicizia soltanto a pochissime persone, per lo più scacchisti. Fece degli scacchi l’unica occupazione della sua vita, affrontata sempre da solo. Si impegnò in un’attività agonistica intensa e continua, progredendo costantemente e accumulando esperienza. Divorò con avidità tutti i libri di scacchi che riusciva a procurarsi. Imparò diverse lingue, fra cui il russo e il serbo-croato, proprio per poter studiare i libri prodotti nei Paesi scacchisticamente più avanzati. Ciò gli consentì di affinare il suo gioco anche dal punto di vista teorico, potendo sfruttare le sue straordinarie doti mnemoniche.

Nel campo agonistico aveva individuato nel blocco costituito dai giocatori sovietici il nemico principale e perseguì con testarda ostinazione l’obiettivo di vincere contro di loro. In verità la lotta gli costò una fatica enorme, quasi sovrumana, inaffrontabile per chiunque altro, costellata da numerose e cocenti sconfitte, ma alla fine ebbe successo grazie soprattutto alla sua incrollabile forza di volontà.

Coronò il sogno della sua vita diventando campione del mondo nel 1972, proprio a Reykjavik, battendo il campione in carica, il russo Boris Spassky, e praticamente concludendo lì la sua carriera scacchistica.

Dopo infatti entrò in conflitto con la Federazione Internazionale e non giocò più (eccezion fatta per match non ufficiale di Sveti Stefan).

Lo ricordiamo come un innovatore. Sulla scacchiera aveva rivalutato schemi di gioco che tutti ritenevano inferiori (in questo anticipò di alcuni decenni l’opera del computer).

Come giocatore fu il primo vero professionista che, potendo contrattare e spesso imporre  confortevoli condizioni sia economiche che di gioco, aprì alle generazioni successive la strada del professionismo individuale.

Fu uno che impose gli scacchi all’attenzione del mondo anche non scacchistico.

Il match di Reykjavik diede un impulso alla diffusione del gioco come non mai. In quell’anno il numero degli scacchisti italiani tesserati raddoppiò.

Fu un giocatore che strabiliò il mondo fin da giovanissimo (Si veda la partita giocata a 13 anni in un’altra rubrica del presente sito). Le sue partite, le sue idee e la sua tecnica sono tuttora oggetto di studio.

Dice Kasparov nella sua monumentale opera sui Campioni del Mondo:”Non è un caso che (di lui) si sia scritto di più di qualsiasi altro giocatore: (fu un’) autentica rivoluzione … nel mondo degli scacchi”.

Si può dire che Fischer traghettò il gioco degli scacchi dal mondo antico del “libro” al mondo nuovo del “computer”.

Adesso Bobby Fischer non c’è più, ma a noi resta la preziosa eredità delle sue partite che sono per tutti gli scacchisti una miniera inesauribile di idee, di forza e di amore per il gioco degli scacchi.

 

Bambino prodigio

 

Ragazzo determinato

 

Giocatore geniale

 

Mito americano

 

Leggenda degli scacchi

 

 

 

 

R.B. - in collaborazione con paesi.com